L’animale che si portano dentro

La pagina “Mia moglie”

Ho provato un senso di ripugnanza quando ho letto della pagina Facebook “Mia moglie”, chiusa pochi giorni fa ed ora sotto indagine della Polizia Postale.
Un gruppo pubblico, con oltre 32.000 iscritti, in cui uomini condividevano foto di mogli, amiche, parenti. A volte rubate, a volte estrapolate nei dettagli più intimi. Il tutto accompagnato da commenti e inviti volgari: “io so cosa le farei”.
Non era un angolo nascosto del web, ma uno spazio visibile a chiunque. Molti utenti si nascondevano dietro l’anonimato, ma tanti altri avevano nome e cognome ben in chiaro.

 

Il sito con le foto delle donne in politica

Nei giorni immediatamente successivi, è uscito alle cronache un sito, Phica.net, segnalato a quanto pare da anni, in cui sono state pubblicate moltissime foto di donne tra le quali alcune anche di politiche italiane, senza distinzione di appartenenza. Immagini prese per lo più da riviste e social, accomunate da commenti osceni o violenti.
Non serve andare lontano per trovare conferme: basta leggere i commenti sotto al post de la Repubblica sulla denuncia della vicesegretaria Pd Lazio, Marta Campagna. Anche lì le “perle” non mancano.

 

La cultura dello stupro

Come ha ricordato Michela Marzano, tutto questo è possesso, oggettificazione, violenza.
“L’ennesima conferma che siamo immersi fino al collo nella cultura dello stupro, quella che legittima l’idea che le donne non siano soggetti ma oggetti.”

Eppure, basta guardare i commenti sotto al suo video per capire quanto questa cultura sia radicata:

  • “Le donne denunciano di essere oggettificate (faccina che piange e ride), ma intanto si fotografano sempre in pose che incitano alla sessualità più becera…”
  • “Come si può dire che sia reato se non c’è il viso?”
  • “Nessun maschio espone la propria compagna senza il suo assenso.”
  • “Esagerata”

 

Indignarsi non basta

Indignarsi non basta. Bisogna però continuare a farlo, con più forza.
E devono farlo anche gli uomini: perché non tutti sono così, e devono dirlo ad alta voce.

Se non siamo stati capaci di educare al rispetto, almeno proviamo a creare una vergogna sociale che isoli e renda visibile questa violenza normalizzata.

 

L’animale che si portano dentro

“L’innamoramento e il dolore erano la vita individuale, l’erotismo era la vita collettiva, era totalmente legato alla comunità di maschi che conoscevo.”
Così scrive Francesco Piccolo ne L’animale che mi porto dentro (2018). Un libro che racconta non la formazione dell’uomo, ma del “maschio”: come tale accolto e riconosciuto dal branco, e purtroppo ancora vivo – troppo vivo – in mezzo a tutte e tutti noi.

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Esmeralda Ballanti

Classe 1963, giornalista pubblicista, vivo nella bassa bolognese. Diploma di ragioneria, segretaria di redazione e collaboratrice del periodico Nuovo Informatore.

Femminista, polemica, ho svariate passioni ed interessi che spesso non ho sufficiente tempo di coltivare. Ma si può sempre migliorare, in tutto.

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