Se ti fermi al vestito, ignori la persona
“Bianca Bianchi vestiva un abito color vinaccia e i capelli lucenti che la onorevole porta fluenti e sciolti sulle spalle le conferivano un aspetto d’angelo…”.
Così, il 26 giugno 1946, Risorgimento Liberale descriveva le prime deputate della Repubblica al loro ingresso a Montecitorio.
Non una parola sulle loro storie, sulle loro competenze, sulla forza che le aveva portate fin lì. Fondamentale era solo il vestito.
Sono passati quasi ottant’anni, eppure sembra cambiato poco.
Dal 1946 a oggi
Oggi come allora, quando si parla di abiti, quasi sempre si parla di donne. Gli uomini fanno eccezione solo in rari casi: il corsetto di Marco Mengoni durante l’ultima tournée, per esempio, che ha fatto discutere social e opinionisti.
Tra le ultime colpite, la fisica e divulgatrice Gabriella Greison.
Il 21 luglio 2025 è stata ospite d’onore alla cerimonia di laurea dell’Università di Messina, al Teatro Antico di Taormina.
Il suo curriculum è impressionante: ha lavorato all’École Polytechnique di Parigi, è autrice di libri e podcast, ed è stata inserita da Forbes tra le 100 donne di successo del 2024.
In quell’occasione ha parlato a cinquemila giovani di libertà, coraggio, scelte e futuro.
Eppure, la polemica online non ha riguardato le sue parole, ma il suo abito rosso da sera, giudicato troppo scollato.
Sui social, sono arrivati insulti e derisioni. La maggior parte, prevedibilmente, da utenti uomini. Nessuno, invece, ha sentito il bisogno di commentare la giacca scura del collega ospite, l’attore Claudio Castrogiovanni.
Dal giudizio all’indifferenza
Non si tratta solo gossip da social.
Il giudicare le donne dal loro aspetto è la spia di una cultura che fatica a riconoscerle come persone, prima che come corpi.
Ed è la stessa cultura che, portata all’estremo, si ritrova nelle cronache dei femminicidi.
Negli stessi giorni della polemica sul décolleté di Greison, il Senato approvava il disegno di legge sul femminicidio, introducendo l’ergastolo per chi uccide una donna “in quanto donna”.
Una misura che punisce, ma non previene.
La Giunta dell’Unione Camere Penali Italiane lo ha detto chiaramente:
“La catena dei femminicidi non si spezzerà con una norma penale, ma solo con interventi profondi, sviluppati fra i banchi di scuola e non tra le pagine dei codici”.
Non basta una legge
Finché continueremo a giudicare le donne da come si vestono, invece che da ciò che fanno, non basterà cambiare i nomi dei reati.
Serve un’azione culturale profonda:
- nelle scuole,
- nei media,
- nelle famiglie.
Solo così il rispetto diventerà la norma e non l’eccezione.
Perché una società che si scaglia contro una donna per una scollatura è la stessa che cresce ed educa l’autore del prossimo femminicidio.


Valeria Betti
Che dire Esme solo c è ancora tanto da fare !!