Là dove c’era l’erba…

22.09.2026

Ora sorgerà un data center?

Ogni volta che facciamo una ricerca sul web, pubblichiamo un contenuto, salviamo qualcosa sul cloud, guardiamo un video in streaming o utilizziamo uno dei tanti servizi di intelligenza artificiale, da qualche parte nel mondo si attiva un server.

Ammetto il paradosso: per scrivere questo articolo sto utilizzando un computer, internet e il supporto di un’intelligenza artificiale per le ricerche. Ogni parola che scrivo attraversa quindi proprio quelle infrastrutture di cui sto cercando di capire l’impatto. Non è un controsenso e non si tratta di rinunciare alla tecnologia, ma di cercare di usarla con maggiore consapevolezza, conoscendone meglio l’impianto.

Dal cloud all’intelligenza artificiale

Partiamo dalla base: i server di cui parlavo prima sono ospitati in data center, strutture fisiche progettate per ospitarne migliaia o, nei complessi più grandi, quantità enormi. Le apparecchiature informatiche occupano solo una parte degli spazi, perché una quota rilevante degli edifici e degli impianti serve ad alimentarle, raffreddarle e garantirne la continuità di funzionamento. Il numero e soprattutto la capacità dei data center nel mondo stanno aumentando rapidamente perché, mentre negli anni 2000 servivano principalmente per siti web, e-mail ed e-commerce, nel tempo si sono aggiunti cloud, social, streaming, smartphone, internet delle cose e, dal 2023, la forte accelerazione dell’intelligenza artificiale generativa.

Addestrare e far funzionare modelli come ChatGPT, Gemini ed altri richiede una potenza di calcolo molto elevata, soprattutto rispetto a molti servizi digitali tradizionali. Inoltre, per far fronte al crescente utilizzo di questi servizi, conquistare e soprattutto mantenere fette di mercato, grandi aziende stanno investendo miliardi di euro nella costruzione di nuovi data center. Per alcuni dei grandi progetti recentemente annunciati in Lombardia le aziende interessate dichiarano investimenti nell’ordine dei 3-5 miliardi di euro.

Costruirli significa poi non solo occupare grandi porzioni di suolo, quando si tratta di nuovi insediamenti, ma consumare enormi quantità di energia e, a seconda delle tecnologie di raffreddamento, anche di acqua per la loro gestione. Per motivi di economicità, inoltre, le strutture stanno diventando sempre più grandi e la capacità tende a concentrarsi nelle mani dei maggiori operatori. Secondo Synergy Research Group gli hyperscale data center, quelli dei grandi operatori cloud e digitali, sono passati nel mondo da 992 alla fine del 2023 a 1.360 alla fine del 2025, arrivando a rappresentare il 48% della capacità mondiale dei data center.

Energia, acqua e calore: il lato fisico del digitale

Nel 2024 il consumo di elettricità dei data center ha raggiunto i 415 TWh e, nel suo scenario base, l’International Energy Agency stima che possa raggiungere circa 945 TWh nel 2030: più del doppio rispetto al 2024 e poco meno del 3% dell’elettricità mondiale. Per avere un termine di paragone comprensibile, l’IEA osserva che si tratta di un consumo leggermente superiore a quello attuale dell’intero Giappone. Viene da pensare che non sia un problema, ma in realtà la criticità nasce non tanto dalla quota globale quanto dalla localizzazione del consumo, perché lo concentra in punti precisi del territorio. I servizi critici ospitati in un data center sono inoltre progettati per operare senza interruzioni; per questo le strutture dispongono di sistemi ridondanti, gruppi di continuità e generatori di emergenza, spesso alimentati a gasolio stoccato in loco.

I computer inoltre producono calore e devono essere raffreddati per evitare surriscaldamenti: ove si utilizza l’acqua, i consumi possono variare moltissimo. La Commissione europea, nella valutazione d’impatto del 2026, indica per i data center europei un WUE (Water Usage Effectiveness) attuale nell’ordine di 1,8 litri/kWh, prevedendo una possibile riduzione verso 0,6 litri/kWh nel prossimo decennio grazie a tecnologie più efficienti. Per avere un ordine di grandezza, prendendo come riferimento il valore elevato di 1,8 litri/kWh e ipotizzando un data center da 100 MW IT funzionante con un carico medio pari al 100%, avremmo un consumo medio di circa 4,3 milioni di litri al giorno. In un anno, l’equivalente in acqua di oltre 600 piscine olimpioniche. Alcuni dei grandi campus oggi previsti in Lombardia arrivano a capacità di 300-400 MW. Per questo motivo le normative e le politiche pubbliche si stanno orientando verso un uso più efficiente della risorsa idrica, il ricorso a circuiti chiusi, ad acque reflue o industriali trattate e a una maggiore trasparenza sui consumi effettivi. La legge della Regione Lombardia del giugno 2026 individua, un po’ tiepidamente, tra i criteri ambientali prioritari per i nuovi data center sistemi di raffreddamento che non prelevino acqua dalla rete potabile né da risorse idriche destinate a uso potabile o irriguo, privilegiando circuiti efficienti, riuso e acque non pregiate.

L’Italia e la corsa ai data center

In Italia al momento, come avrete capito, la capitale dei data center è l’area di Milano. Nel 2026 il Politecnico di Milano ha censito nell’area metropolitana 33 data center attivi sui 49 presenti in Lombardia; quelli milanesi rappresentano circa 414 MW di potenza nominale, pari al 68% del totale nazionale. Altri 10 risultano in costruzione e 23 in valutazione. Sottolineo che la volontà dell’attuale Governo è quella di “rafforzare la competitività del sistema produttivo nazionale in linea con la strategia nazionale per l’attrazione degli investimenti esteri nei data center”, per colmare il gap almeno con gli altri Paesi europei. I dati Cloudscene relativi al 2025, ripresi dall’AI Index Report 2026 della Stanford University, contano infatti 168 data center in Italia, contro i 529 della Germania e i 322 della Francia. Va però ricordato che gli annunci non coincidono necessariamente con le realizzazioni: secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel triennio 2023-2025 si sono concretizzati investimenti per 7,1 miliardi di euro, pari al 68% dei 10,5 miliardi precedentemente previsti.

Un’inchiesta pubblicata recentemente da Fondazione Feltrinelli dà un panorama esaustivo di cosa sta accadendo: in Puglia è stata annunciata una grande iniziativa riconducibile ad Adriatic DC, comprendente un maxi-campus indicato in alcune comunicazioni come esteso su circa 800 ettari — un dato progettuale da prendere ancora con cautela, vista la fase dell’iniziativa — per capirci pari a oltre 1.100 campi da calcio. È l’avvio di quella che dovrebbe diventare la Puglia Data Center Valley, tesa a trasformare la regione nell’hub tech del Mediterraneo, con altri siti previsti. Altri importanti insediamenti sono stati annunciati, come detto, in Lombardia e in Piemonte. Anche la Regione Emilia-Romagna è parte attiva nella corsa alle Data Valley: a Bologna è nato il Tecnopolo DAMA, realizzato negli spazi dell’ex Manifattura Tabacchi, quindi recuperando un importante complesso industriale preesistente, su un’area di circa 120.000 mq.

Il Dama di Bologna
La facciata del Data Center dell’ECMWF presso il DAMA di Bologna

Posti di lavoro e ricadute sui territori

Un altro dato interessante da tenere in considerazione è quello occupazionale. Il campus hyperscale K2 previsto nei Comuni di Zibido San Giacomo e Lacchiarella, nell’area metropolitana meridionale di Milano, ha un investimento stimato in 5,3 miliardi di euro e una capacità fino a circa 400 MW. Secondo la documentazione governativa più recente, nei quattro anni di sviluppo e costruzione genererebbe un fabbisogno medio di circa 2.000 unità lavorative annue; a regime sono previsti circa 200 posti di lavoro diretti ad alta specializzazione, ai quali si aggiungerebbero circa 1.300 unità nell’indotto permanente dedicate alla gestione e manutenzione. Per i sette nuovi data center previsti invece tra Settimo Milanese e Cusago, investimento di 4 miliardi, si parla di circa 1.500 lavoratori in fase di realizzazione e oltre 500 occupati diretti e indiretti a regime, con oltre 300 tecnici altamente qualificati stabilmente presenti nel campus. Un po’ diversa la situazione al DAMA di Bologna, perché al suo interno sono attualmente operativi il centro dati dell’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts, il supercomputer Leonardo gestito da Cineca e le infrastrutture dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. È inoltre in arrivo un altro supercomputer ottimizzato per l’intelligenza artificiale, sempre gestito da Cineca. Sono poi presenti altri laboratori e la nuova sede della United Nations University. Oggi la Regione Emilia-Romagna dichiara che il DAMA ospita una comunità di oltre 1.500 ricercatrici e ricercatori: un dato riferito all’intero ecosistema scientifico e non ai soli addetti alla gestione dei data center.

Viene quindi da chiedersi perché un Comune dovrebbe accettare di accogliere sul suo territorio un data center, in quanto, a fronte di ingenti consumi e possibili impatti ambientali, le ricadute occupazionali dirette possono essere relativamente contenute e il personale richiesto è spesso altamente specializzato. Ed infatti stanno crescendo i comitati spontanei di cittadini critici verso i nuovi insediamenti, come riporta un recente articolo di Avvenire. Aggiungo un’ulteriore considerazione: un grande data center non modifica il clima regionale, ma produce e deve disperdere nell’ambiente una quantità continua e concentrata di calore. Quanto questo possa incidere sul microclima circostante dipende dalla potenza dell’impianto, dal sistema di raffreddamento, dalla ventilazione, dalla configurazione degli edifici e dal contesto urbano: è quindi un impatto che dovrebbe essere valutato caso per caso. Davanti alle estati sempre più calde e agli inverni sempre più miti che stiamo vivendo, occorrerebbe forse tenere conto anche di questo aspetto.

Quanto costa tenere acceso un data center?

Un ultimo punto da considerare sono i costi di funzionamento e manutenzione, perché oltre ai miliardi necessari alla costruzione ci sono poi da pagare l’energia elettrica, l’acqua ove utilizzata, le manutenzioni, comprese quelle della parte hardware, ed il personale. Per un data center da 100 MW IT, il solo costo dell’elettricità può collocarsi nell’ordine delle decine o delle centinaia di milioni di euro l’anno, a seconda del prezzo dell’energia, del carico effettivo e dell’efficienza dell’impianto. Un carico IT continuo di 100 MW equivale già a 876 milioni di kWh annui; considerando anche raffreddamento e servizi ausiliari il consumo complessivo è superiore. A un prezzo puramente indicativo di 0,15 €/kWh, i soli 876 milioni di kWh corrisponderebbero a circa 131 milioni di euro.

La grande scommessa economica dell’AI

Alcuni data center vendono direttamente capacità di calcolo, archiviazione e altri servizi cloud e riescono così a remunerare gli investimenti; altri sostengono servizi apparentemente gratuiti per gli utenti finali ma finanziati, per esempio, dalla pubblicità. Meta è il caso più evidente: i suoi data center sono un costo necessario per far funzionare piattaforme che generano ricavi soprattutto pubblicitari. Si tratta di modelli economici ormai rodati e, ad oggi, redditizi. Diverso è il tema dell’intelligenza artificiale, sulla quale si stanno investendo centinaia di miliardi. Non c’è al momento ragione per pensare che il complesso dei data center sia economicamente insostenibile; il vero interrogativo riguarda la dimensione della corsa all’AI: nessuno sa ancora se i ricavi futuri cresceranno abbastanza rapidamente da remunerare le migliaia di miliardi che si stanno investendo nelle nuove infrastrutture. È proprio notizia di questi giorni che Anthropic, che si prepara a un possibile sbarco in Borsa, abbia comunicato agli investitori un revenue run rate annualizzato superiore ai 65 miliardi di dollari: a fine 2025 la stessa metrica era intorno ai 9 miliardi e a maggio 2026 aveva raggiunto i 47 miliardi. Il run rate, va ricordato, non è il fatturato già realizzato nell’anno, ma una proiezione annualizzata costruita sui ricavi più recenti. Si tratta quindi di una gigantesca scommessa economica, il cui ritorno non è ancora dimostrato alla scala alla quale si sta investendo e che, per i più pessimisti, potrebbe rappresentare una nuova bolla.

Tornando alla prima frase di questo articolo, siamo tutti sempre più immersi in questo sistema. Tutta questa capacità di calcolo, però, ha un costo: economico, energetico, idrico e territoriale. Un costo che oggi siamo in grado di prevedere solo in parte, mentre sono già molto concrete le nuove infrastrutture, le richieste di energia e le trasformazioni del territorio necessarie a sostenerlo. La domanda, quindi, non è se rinunciare al digitale, ma quanto siamo disposti a investire — e a consumare — per alimentarne una crescita che, soprattutto con l’intelligenza artificiale, non sappiamo ancora dove ci porterà.

Una nota di trasparenza
Come anticipato all’inizio, per le ricerche necessarie a questo articolo ho utilizzato anche il supporto dell’intelligenza artificiale: per cercare fonti, incrociare dati e verificarne la coerenza. La scelta di cosa approfondire, il testo, le valutazioni e, naturalmente, le conclusioni sono mie.

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Esmeralda Ballanti

Classe 1963, giornalista pubblicista, vivo nella bassa bolognese. Diploma di ragioneria, segretaria di redazione e collaboratrice del periodico Nuovo Informatore.

Femminista, polemica, ho svariate passioni ed interessi che spesso non ho sufficiente tempo di coltivare. Ma si può sempre migliorare, in tutto.

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